VANGELO DELLA DOMENICA

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2 Domenica del Tempo Ordinario – anno C
20 Gennaio 2013

L’inizio

Questo è l’inizio dei segni, dice san Giovanni: l’inizio, utilizzando la parola greca ‘archè’, col significato non solo di inizio, ma di stampo originale, di matrice, di timbro. Così  che in questo ‘inizio’ c’è già tutto il Vangelo in germe; è una festa di nozze, cioè un evento preciso e storico, ma diventa anche un simbolo.
Come inizia dunque il Vangelo di Giovanni? Con un matrimonio.
A chi conosce un po’ i testi sacri sembra davvero un po’ strano questo episodio che potremmo definire un po’ leggero se lo compariamo con l’inizio degli altri Vangeli che subito presentano un panorama più complesso e problematico: lebbrosi, indemoniati, paralitici, ciechi…
Qui siamo tra le calde pareti di una casa d’Israele nel giorno più bello della vita, tra canti popolari, riti gioiosi, danze e un diffuso senso di spensierata allegrezza.

Perché San Giovanni ci mette di fronte a questa situazione dove l’intervento di Cristo dà l’impressione di sembrare superfluo. Ci pare determinante e decisivo il suo entrare nelle tragedie umane, ma qui che fa il Figlio dell’Altissimo? A che serve quel vino se non a rallegrare il cuore mentre fuori da quella casa non mancano drammi e miserie insanabili?
Anche questo è Vangelo. Anche la gioia è vangelo, anche il superfluo, anche il condividere un’ora di spensierata ebbrezza; ci va Maria e si porta dietro Gesù. Sentono che anche così si compie il disegno del Padre, entrando nella gioia delle vite altrui. Anche un evento di per sé profano come un banchetto di nozze può fare da base a Cristo per annunciare il Regno: notare che i banchetti sono sempre un’occasione abbastanza rumorosa e chiassosa, dove si mangia, si beve, a volte si esagera anche. Non ci sono ore della vita in cui non sia possibile la rivelazione del volto di Dio.
Chi è di Dio e vive per Dio non entra solo nelle gravi necessità e nei pericoli, nelle serie ricerche della verità e nelle fatiche per sopravvivere; sa godersi anche la pace di ore felici. Vi pare poco? L’annuncio di un Dio a cui non interessano solo le nostre lacrime, ma anche le nostre feste.
Questo è l’inizio dei segni e dovrà dare l’accento a tutti i segni: il vino della gioia opposto alla routine stanca e triste, alla noia delle giornate in cui non succede nulla.
È una festa di nozze e simbolizza quel matrimonio che è l’esistenza umana o meglio l’esistenza umana letta come festa di nozze. Quindi la vita come chiamata alla gioia e all’euforia. Vita come ricchezza, fortuna, occasione unica; perché uno con le feste varie può anche essere superficiale, trascurato e disordinato, ma le nozze se le prepara bene, in ogni dettaglio, sapendo che si tratta di una circostanza irripetibile.
Anche nel nostro comune parlare, delle cose particolarmente belle diciamo: “è come un invito a nozze”, per dire che sono eccezionalmente piacevoli.
Sì, la vita umana è un matrimonio perché fondamentalmente è relazione, apertura, incontro, fecondità.

Che festa è?

La festa è gioia, radicalmente. E questa gioia ha il suo simbolo nel vino. Quanta ricchezza fornisca l’immagine del vino è chiara a tutti, ma in questo testo si parla del vino che prende il posto dell’acqua e quindi il simbolo del vino è spinto, per dire il di più del vino rispetto all’acqua e per dire che si potrebbe vivere solo di acqua e sarebbe povera vita!
In effetti: l’acqua, per quanto utile, è comunque insipida, mentre il vino è gustoso; l’acqua rappresenta l’ordinario, mentre il vino lo straordinario; l’acqua la quantità, il vino la qualità; l’acqua il necessario, il vino il gratuito.
Tutto il testo verte sul punto in cui Maria fa la diagnosi: non hanno più vino. Come a dire: e ora che festa è? Maria accende una luce sulla possibilità tragica che il vino venga a mancare. La possibilità tragica che la vita, creata per l’incontro e per la comunione, per la festa e la fecondità, si ritrovi senza sapore, sbiadita e sciapa, non più desiderabile. 

La soluzione

Maria, l’unica sempre attenta e raccolta, sa accorgersi del vino venuto meno; gli altri mangiano, ballano, parlano, bevono…ignari. Solo Maria sente, vede, percepisce; in lei vi è una abitudine al discernimento e  alla vigilanza che si nutre di silenzio, di preghiera, di concentrazione.
Fatta la diagnosi, offre anche la soluzione: “Qualsiasi cosa vi dirà, fatela”. L’obbedienza. È l’obbedienza la soluzione. È l’obbedienza che cambia l’acqua in vino, la vita triste in vita di grazia.
Tu da solo non puoi cambiare l’acqua in vino, ma obbedire sì, questo puoi farlo: l’obbedienza tua permette a Cristo di trasformare in vino l’acqua. Tu puoi riempire d’acqua le giare e questo dà a Cristo la possibilità di fare il miracolo.

Dio misterioso

Dio unico e onnipotente, che il vino buono lo dai sempre dopo…aiutaci!
Il mondo non fa così; ti seduce col buono subito, a qualunque prezzo e a qualunque costo. Poi un’amarezza invincibile.
Tu sei diverso, lo capì il maestro di tavola a Cana; tu il vino buono lo passi dopo, prima dai quello di sottomarca, perché sedurre non ti interessa. Vuoi uomini e donne liberi e lucidi, non ubriachi sconvolti a cui si può dar da bere anche l’acqua illudendoli, dopo averli tentati e battuti col primo sorso inebriante.
Faremo quello che potremo: mettere l’acqua nelle giare, obbedendo al Maestro e questo ci guarirà. Non come i nostri progenitori, del giardino di Eden, sedotti dal ‘buono subito’ senza intravedere le conseguenze…

padre Fabio, guanelliano

 

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