15 Novembre

1912 – 100 anni fa

Nasce il sacerdote Guanelliano DON UMBERTO BUGLI, riminese.Nato a Rimini (FO), il 15 novembre 1912Entrato a Gatteo (FO), il 12 novembre 1923Professo a Fara Novarese (NO), il 23 settembre 1931Sacerdote a Como, il 6 giugno 1936Defunto a Roma, il 9 dicembre 1969

(dai PROFILI BIOGRAFICI, a cura di don Leo Brazzoli)

Il grande amico del piccolo Umberto fu il mare di Rimini. Gli si rispecchiava negli occhi azzurri e nella placidità dell'animo. Fu lui a dettargli le prime lezioni di poesia, che apprese a meraviglia. Sulla spiaggia aveva trascorso, giocando, gli anni della fanciullezza. La mamma, vedova con due figli piccoli, quando ancora non esistevano molte provvidenze sociali, lavorava fino a tarda sera in servizio presso la caserma dei Carabinieri, e doveva accontentarsi d'affidarlo un po' alla tutela dell'Angelo Custode.Forse perché, lui crescendo, questi non bastava, a undici anni, ottenne di poterlo far entrare nell'istituto di Gatteo.Fu il primo incontro con don Guanella e i suoi sacerdoti. Direttore era don Samuele Curti, cresciuto alla diretta scuola del Fondatore, un innamorato dei ragazzi, che accostava col gran cuore e forgiava a ideali chiari e sicuri.
Non gli era stato difficile scoprire nel ragazzo i primi germi della vocazione, quando gli brillavano in volto l'intelligenza e la semplicità, le doti che l'avrebbero caratterizzato. L'invito fu subito accolto, e il 16 ottobre 1925 partì per Fara, nonostante non avesse che la quarta elementare. Che fosse indovinato l'anticipo, lo dimostra il fatto che gli fu consentito poi di «saltare» l'ultima classe del ginnasio, la quinta, per iniziare un anno prima il noviziato.
Allora il noviziato era a Fara e lo dirigeva don Michele Bacciarini. Attorno al vecchio castello, crescevano male i nuovi fabbricati, tirati su senza una guida tecnica e senza un programma organico. La casa era piena zeppa di giovani, con una gran fame e con l'urgenza di vestiti sempre più grandi. Non mancava il necessario, ma non si nuotava nell'abbondanza. I pochi soldi se li portavano via tutti le nuove costruzioni. Si lesinava sugli operai, accontentandosi di pochi specialisti, che venivano integrati con gli studenti volonterosi più grandi e più robusti. Bugli, che s'era fatto una corporatura grossa e sana, c'era sempre. Quella fu la scuola pratica al sacrificio e alla laboriosità, due componenti‑base dello spirito guanelliano. Quanta calce impastata, quanti secchi portati sulle spalle, quante carriole di terra! E, giù per la vigna, quante pompe d'acqua ramata, quante giornate a zappare, sarchiare, vendemmiare e in cantina a pigiare! E quanto fieno falciato, ammucchiato, caricato sui prati di Briona!
Emise la prima professione nel giorno di S. Lino, il santo del secondo nome, ma quello abitualmente usato in famiglia. Diventando membro effettivo della Congregazione, ne abbracciava l'attività. Già la sera era a Milano, dove gli venivano affidati un campo proprio e una responsabilità personale. Ebbe la cura dei ragazzi e... non poche difficoltà. Un anno duro, con nuove esperienze, diviso tra piccoli di prima e seconda elementare e lo studio per completare il corso liceale.
Fu felice quando, l'anno dopo, fu inviato a Como, perché, pur continuando nel suo compito di assistente, frequentasse il corso teologico nel seminario maggiore. Superfluo dire che l'esito degli studi fu brillante.
Intanto maturava, ben delineata, la sua personalità: semplice, buono, ingenuo. E si manifestava la sua anima di poeta: non erano solo i versi facili, delizia di confratelli e amici, a dimostrarlo; ma quel suo sognare in piedi, le distrazioni proverbiali, il frequente distacco dalla realtà.
Una volta sacerdote, con l'aggiunta delle opere proprie del ministero, esplicato in un lavoro non chiassoso, ma volonteroso, il suo impegno restò nel campo della disciplina e dell'insegnamento. Iniziò a Chiavenna (1936‑1939), per passare a Fasano (1939), a Fara (1940‑1941), ad Albizzate (1942‑1943). Suoi scolari erano i chierici assistenti. Poi, nel 1942, conseguito il diploma magistrale a Novara, si trovò pronto per l'insegnamento nelle elementari. Fu inviato a Como per esplicarlo. I suoi scolari, col ricordo d'una scuola serena, hanno quello d'una bontà che non finiva mai e d'una dedizione totale, che ben supplivano piccole deficenze didattiche e disciplinari. Vi rimase dal 1944 al 1950.
Era giusto «nel mezzo del cammino», quando percepì i sintomi del suo male, il morbo di Parkinson. Arrivato quasi in punta di piedi, con un'azione lenta, ma inesorabile, gli avrebbe attanagliato le membra, per farne un tronco inerme negli ultimi anni. Accolse bene la prova di Dio, riuscì a formarsi la mente che quella era la sua missione, più difficile e più preziosa di quella dei confratelli in attività.
Prima desiderò d'essere di casa a Gatteo. Ve lo portavano la fiducia nell'aria nativa e il desiderio di sentirsi vicino alla mamma. Ci stette dal 1950 al 1952.
Ma s'accorse d'essere in un ambiente di soli ragazzi, mancante d'adeguata attrezzatura sanitaria. Offrì a Dio un altro sacrificio e pregò il superiore d'inviarlo al ricovero di Roma: la casa era più adatta, più favorevole il clima; avrebbe potuto essere malato coi malati. Si nascose nella sua cameretta nel reparto degli anziani, come comportava ormai la sua missione. Solo, volle restare unito ai confratelli, incontrandoli all'ora delle pratiche comuni e a quella dei pasti. Si sforzò di rallentare il corso del male con gli esercizi fisici, col moto e le lunghe passeggiate. Proprio quando non ne poté più, si rassegnò all'immobilità della carrozzella e della seggiola.
La feccia del calice amaro fu, negli ultimi anni, dover rinunciare alla celebrazione della S. Messa. Solo qualche volta nelle grandi occasioni poteva concelebrare: gli altri attorno all'altare, lui, in disparte, sulla sua sedia, raggiante.
Aveva voluto approfittare ripetutamente dell'occasione di andare a Lourdes, per chiedere alternativamente alla Madonna o di poter guarire per lavorare ancora, o la rassegnazione gioiosa che gli consentisse d'essere come Mosè sul monte, vittima per la Congregazione. Questo aveva ottenuto e questa considerò la sua partecipazione attiva, a fianco dei fratelli.
Fu una polmonite a stroncarlo. Sentì la morte che veniva a liberarlo dal lungo martirio. Non ne ebbe paura. Le sorrise. Dentro c'era la dolce Madonna di Lourdes, che veniva ad incontrarlo, nel giorno successivo alla festa del suo Immacolato Concepimento: aveva 57 anni.
Ripeté l'offerta esplicita e gioiosa della sua vita per i confratelli, il Capitolo in atto, le vocazioni.
Ci promise che, nella gioia eterna del Signore, avrebbe continuato, con la preghiera, a collaborare con noi per il bene della Congregazione che gli fu madre amante e amatissima.


1987 – 25 anni fa

Il Superiore Generale, don Pietro Pasquali, inaugura la SEDE ‘Armando Vidale’ per il Gruppo dei Cooperatori Guanelliani di Chiavenna.

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