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Meditazione di Padre Fabio

Fede è riconoscere una presenza

Luigi Giussani

Appunti da una conversazione di Luigi Giussani con un gruppo di adulti Milano, 1977  

«Sta scritto: “Svegliati, o tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà”. Vigilate dunque attentamente sulla vostra condotta, comportandovi non da stolti, ma da uomini saggi, profittando del tempo presente, perché i giorni sono cattivi. Non siate perciò inconsiderati ma sappiate comprendere la volontà di Dio» (Ef 5,14-17).
C’è una premessa che dobbiamo continuamente riprendere.
Io sono lieto di parlarvi, una letizia che deve attraversare con fatica tutta la pesantezza dei miei limiti, della coscienza del mio peccato, non per farvi un discorso, ma per dire e ridire queste parole che sono la vita.
Non la vita in un senso astratto e generico, come definizione, ma tu: queste parole sono te, la tua persona, sono quel destino verso cui sta fluendo tutta l’energia alla quale Dio dentro il ventre di tua madre ha dato origine e che porta il tuo nome. Ma il significato di tale energia non è il tuo nome, perché il tuo vero nome è un altro: è la fede che ti è stata data.
Il problema è se viviamo la fede, se la fede è realmente qualcosa per noi non teoricamente, non come titolo che esige un certo suo contenuto in particolari momenti della nostra giornata, ma se la fede è vita nostra, quando apriamo gli occhi e quando ci alziamo e guardiamo in faccia la giornata e quando mangiamo e quando usciamo di casa e quando siamo in rapporto tra di noi o in rapporto con gli altri o in rapporto con le cose. Se la fede è vita. Questa è la premessa.

1. La fede
Non è una commemorazione la nostra. È la presenza di Cristo, nostra vita, da riconoscere. Non è una commemorazione che facciamo, ma è una Presenza che dobbiamo riconoscere.
Questa è la fede: riconoscere una Presenza, e basta; riconoscere una Presenza che è il significato del sangue che circola, del bambino che si fa nascere, del marito o della moglie che si ha.
Fede è riconoscere un avvenimento che riaccade di nuovo ogni volta che ci pensiamo. Quando Isaia profetizzava: «Non un angelo, ma Egli stesso vi salverà» (Is 63,9), descriveva questo avvenimento che è Dio fatto compagnia all’uomo; lo stesso quando Mosè, nel capitolo 33 dell’Esodo, chiede: «Signore, se tu non ci accompagni nel cammino, allora piuttosto non farci partire di qui» (Es 33,15).
Ma quando diciamo l’Angelus (potrebbe essere il primo proposito di quest’anno che in ogni casa ciascuno di voi ogni giorno non dimentichi questa sintesi di tutta la fede, perché dire: «E il Verbo si è fatto carne e abita in mezzo a noi» è il riaccorgersi di quello che sta accadendo) a che cosa pensiamo? A una Presenza, da cui si è distolto lo sguardo per distrazione.
E quando diciamo alle Lodi il Benedictus, il cantico che invoca un avvenimento che stava accadendo allora, perché lo recitiamo, se non per il fatto che esso sta continuamente accadendo? La Sua compagnia, la Sua presenza: non esiste nessun’altra alternativa in tutta la storia a tutte le ideologie possibili e immaginabili, che ci sono state, ci sono e ci saranno (perché in fondo i loro fattori fondamentali sono tali e quali per tutte; sono come i legnetti o i pezzetti di ferro di un meccano per i bambini: si possono fare tante forme, ma i pezzetti sono sempre gli stessi). L’unica alternativa, la misura che non è più quella delle nostre cose è l’annuncio di questa Presenza.
Perciò non c’è che una novità nella nostra vita; una, non due: l’accorgerci di questa Presenza.
È talmente l’unica novità che rende nuovo tutto, perfino l’istante, la banalità del tuo luogo quotidiano: anzi, l’indice supremo che Cristo è Dio è proprio che il fattore umano più vicino al nulla, cioè la routine quotidiana, pezzetto per pezzetto viene redenta e tutta l’ampiezza della personalità dell’uomo è riassunta, salvata nell’istante, in questo istante, qualunque cosa faccia.
Per questo la Chiesa usa come sinonimo di questa Presenza la parola Grazia, che è per l’uomo l’esperienza di essere donato: «Io sono la via, la verità e la vita». «Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me». Cosa vuol dire aver fede in Dio e in Lui? Significa riconoscere la presenza operativa o operante del Mistero, del Padre nella nostra vita.
Ma il modo con cui il Padre opera si chiama Cristo, e perciò Chiesa, e perciò comunione tra noi. Che peso eterno, che valore infinito, che densità stanno in queste parole, che noi usiamo come la carta straccia con cui i nostri bambini giocano.
Anche il profeta Geremia diceva: «Tutto è niente eccetto che credere in Lui». Se riecheggiasse in noi questa parola, allora che sentimento, che immagine, che concezione diversa avremmo di noi stessi!
Se non ci richiamiamo continuamente questa cosa, che accadrebbe di noi, che accade di noi, che avviene della nostra comunità, che avviene del nostro movimento, che avviene di quello che facciamo? Tutto rientrerebbe nella routine, vale a dire in questa fuga verso il non senso, in questo piano inclinato verso l’insignificanza cui tendono le nostre ore e i nostri giorni.
Che sentimento diverso avremmo, se ospitassimo in noi la consapevolezza di essere stati scelti: «Ti ho scelto non perché vali, ma perché ti amo» (cfr. Dt 7). Sono stato scelto ad accorgermi della Tua presenza, o Dio. Allora avremmo più coscienza della sacralità delle nostra persona. Uso questa parola, “sacralità”, proprio per sottolineare il senso che essa ha nella storia delle religioni, dove il termine “sacro” era come un sinonimo dell’idea di separazione: il vaso sacro era separato dagli altri vasi e dunque non si poteva adoperare per l’uso solito.
Noi siamo così, siamo nel paradosso tremendo di essere immersi nel mondo come tutti gli uomini - caso mai con un dovere di sensibilità, con una necessità di appassionata condivisione maggiore degli altri -, e soli, come piangeva il salmista esule a Babilonia: «Sono fatto estraneo ai miei fratelli».
Ma la parola più profonda e più definitiva di Dio sulla nostra vita è la parola appartenenza. Noi apparteniamo a Lui perché la sua Presenza è un possesso che Egli prende di noi, come del popolo di Israele: «Sei mio»; «Tutti miei sono i popoli della terra, tutti miei sono gli uomini, ma tu mi appartieni» (cfr. Es 19,3-8); fino a Gv 13,1: «Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» e, da ultimo, al capitolo 17 di Giovanni, in cui parla di noi al Padre come di «quelli che tu mi hai dati, i miei».
Come erano suggestivi i paragoni profetici: la vigna del capitolo 5 di Isaia (pensate, in quell’ambiente agricolo di piccola proprietà, come per uno il suo pezzo di terra, la sua vigna era tutto: ci viveva. Ecco, noi siamo la sua vigna) o la sposa, la donna amata nella giovinezza che non si dimentica più e che si riprende inevitabilmente (cfr. Is 54,4-10).
Per questo, se avessimo un briciolo del sentimento di noi stessi come appartenenza (dico sentimento di sé perché è quello che ci accompagna dovunque, sul tram o al lavoro, è il terreno su cui nascono le parole e i gesti), una appartenenza che mi definisce di più ed è più vera della fotografia della mia faccia, allora non troveremmo più strane le parole di san Paolo: «Chi mi separerà dall’attaccamento a Cristo?» (Rm 8,35).
È questa percezione, è questa coscienza che mi salva, che non mi giudica, non nel senso che avvalla il mio male, ma nel senso che mi permette di non legarmi mai al mio male, che fa sì che il mio male non sia il mio progetto e il mio idolo: «Sia che viviamo, sia che moriamo siamo suoi» (Rm 14,8).
Questo sentimento di sé dovrebbe attraversare tutti gli altri sentimenti che le cose, le circostanze e il tempo della vita e della morte ci suggeriscono, perché tutto è effimero come un vestito che si prende o si depone, ma l’appartenenza a Cristo è la nostra definizione.

2. Il volto nuovo
Ho richiamato alla fede, perché questo sentimento diverso di sé che la fede genera (e non occorre essere perfetti, ricordate il brano di Filippesi 3; e anch’io vi dico queste cose e sono profondamente persuaso che se dovessi dirle per una mia perfezione certamente dovrei scappare, e più veloce di qualsiasi altro tra noi) fa cambiare aspetto. Certo, non è affatto necessario che i connotati del mio temperamento cambino, almeno subito, ma sicuramente se non avessi questa fede e questo sentimento, avrei un aspetto diverso.
Avere un altro aspetto vuol dire avere un altro modo di concepire ciò che vale, avere un altro modo di identificare il significato di me.
Ora, quando uno agisce avendo nel suo animo un determinato giudizio su ciò che vale, allora è contento, non contento o incerto o dubitativo a seconda che in quel che sta facendo ciò che gli importa riesca o non riesca. Il nostro aspetto è sempre determinato dalla coscienza di ciò per cui vale la pena, cioè del giudizio di valore.
L’aspetto nuovo che la fede genera è quello che sentiamo tante volte emergere da certe pagine di san Paolo, come ad esempio il brano della Lettera ai Filippesi in cui dice che da quando ha conosciuto Cristo ha capito che tutto il resto è sterco.
Ma, a parte la parola sterco, che esprime gagliardamente il giudizio di sproporzione fra tutte le cose e questa Presenza, ciò che balza all’occhio è una grande libertà di fronte alle vicende della vita.
È bene rileggere Efesini 4, dove Paolo descrive i rapporti nuovi tra i cristiani, oppure I Corinti 1-2, quando giudica con disprezzo la presunzione della sapienza mondana; o ancora I Corinti 7: «Il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi quelli che hanno moglie vivano come se non l’avessero; coloro che piangono come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano come se non possedessero; quelli che usano del mondo come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!».
È un altro mondo, è il tipo di uomo e di volto che nasce dalla fede.
E infine II Corinti 4-6, dove viene descritto proprio il tipo dell’uomo nuovo.
Questo aspetto nuovo non è determinato solo da una concezione diversa del ciò che vale (per cui se non ho questo o non ho quello, non mi dispregio e quello che ho lo uso in un altro modo, per cui non ne sono più schiavo) e dal comportarsi di conseguenza, ma anche dalla unità tra coloro che sono stati chiamati. È difficile comprendere questo, tanto è vero che costituisce una difficoltà anche per noi, per troppi di noi: una unità con gli altri chiamati, scelti, prediletti, con gli altri che Cristo ha afferrato, una unità che nasce «dal di dentro», perché ci si mette insieme per esprimere questa unità che c’è già, prima. Questa unità dal di dentro è come l’inizio di una umanità nuova; diceva san Giacomo: «Noi siamo l’inizio di una creazione nuova».

3. Il movimento
Fratelli miei: questa fede deve avvenire.
Il movimento non è nient’altro che il luogo di inizio maturo e suggestivo, il luogo di educazione e di sviluppo di questo aspetto diverso dei singoli, in una unità che ognuno riconosce come la più adeguata definizione di se stesso. Il movimento è solo questo: se non è questo, è niente, è un peso adatto per scribi e farisei.
Si ha spesso un’immagine di movimento come realtà organizzativa; così ci sentiamo del movimento, perché l’accento di annuncio che esso fa, grazie a Dio, non è passato totalmente invano e dobbiamo riconoscerlo; ma non capiamo il movimento.
Il movimento sono le cose che ho detto: è quell’aspetto nuovo per quella fede, cioè per quel riconoscimento di una Presenza che cambia il sentimento di noi stessi; mutare, infatti, il sentimento di te stesso non è sforzo tuo, ma è coscienza di questa Presenza che nella nostra unità trova il luogo per richiamarci, per convincerci e per educarci.
Essere del movimento significa partecipare al cambiamento nel modo di concepire se stessi, nel modo di concepire gli altri, nel modo di concepire e di vivere i rapporti. Partecipare al cambiamento, e basta.
Potete giudicare con questo criterio le vostre comunità, le vostre diaconie, le iniziative, tutto. Ma non è soltanto darvi la possibilità di giudicare altri, è anche e prima di tutto togliervi qualsiasi alibi. Infatti, e oramai sono anni che lo diciamo, il movimento ha un estremo bisogno che la gente diventi adulta.
Ma chi è l’adulto? L’adulto è definito dal modo dei suoi rapporti; un ragazzo, un fanciullo, un adolescente dimostrano il loro grado di immaturità dal modo di vivere i rapporti con se stessi, persone e cose. L’adulto cristiano, l’adulto nell’esperienza del nostro movimento è chi vive, o almeno tende a vivere i rapporti alla luce della fede, cioè con la coscienza di questa Presenza. Tra marito e moglie, tra genitori e figli, in comunità e fuori della comunità.
Non è necessariamente adulto chi fa il discorso, chi proclama il metodo e neanche chi è responsabile delle iniziative o guida le cose da fare, perché non sono queste le cose che definiscono l’adulto. L’adulto è chi tende a vivere i rapporti, come diceva san Paolo, in Cristo e così vive quella grande fisionomia del cristiano che ha varcato la soglia di una maturità di fede (ed è il momento in cui si sente più piccolo!): una fisionomia piena di vittoria e di baldanza, perché Cristo è risorto. Non là, ma qui, in me, nell’ambiente di scuola o di lavoro dove vado, a casa, nel paese, e perciò anche se incominciassi adesso (e quanto più si va avanti nella vita tanto più si capisce che si incomincia ad ogni ora), è con una forza e con una luce di vittoria dentro, non perché io sia qualche cosa, ma perché Colui che mi possiede è vittorioso: «Questa è la vittoria che vince il mondo - cioè la nostra carne, la nostra insignificanza -: la fede» .
Questa stessa fisionomia, d’altra parte, è tutta carica di attesa che questa certezza investa tutto il mio sangue, tutte le mie vene, tutta la mia espressione, tutto il mio tempo: «Nella vostra pazienza possiederete la vostra vita».
È così il movimento? Tu sei dentro il movimento così? Vivi la comunità dovunque sei così?
Ma c’è un’ultima cosa prima di passare oltre, perché il problema è sempre questa premessa, non è altro.
Questo cambiamento di cui parlavo, questo aspetto nuovo che, per l’unità che implica tra noi, è come un inizio di società diversa, di umanità diversa, di popolo diverso, è il segno del Dio vivente, è la prova e la dimostrazione della sua Presenza.
Capite che la questione è grave, tanto è vero che il Vangelo dice: «Se non mi avrai testimoniato davanti agli uomini, anch’io avrò vergogna di te di fronte a Dio», che è la formula del giudizio universale.
Gli altri capiranno la Sua presenza da questo cambiamento personale e quindi dalla nostra unità: «Ti prego, Padre, che siano una cosa sola affinché il mondo si accorga che Tu mi hai mandato», o anche: «Affinché vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre che sta nei cieli». Infatti, prima di morire Gesù disse nel capitolo 15 di Giovanni: «In questo è glorificato il Padre, che voi portiate molto frutto»; il frutto è il cambiamento visibile, tangibile, documentabile ed è il lavoro che ci spetta nella vita, sia che abbiamo trent’anni, sia che ne abbiamo settanta, è lo stesso. Allora, ecco la parola: «Vi ho chiamati affinché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga».
«Affinché andiate». Dove, o Signore? Ci sono alcuni nostri amici che sono in Zaire o in Uganda o in Brasile, ci sono nostri amici che sono andati ad abitare altrove proprio per portare il frutto che la fede aveva generato in loro. È proprio necessario fare così? Dove andare? Andare dove il Padre ci manda, ovvero nelle circostanze della vita, la tua casa, il tuo stabilimento e il tuo ufficio, la tua scuola o il tram, con la possibilità di fare il tuo raduno o senza la possibilità di farlo.
«E portiate frutto e il vostro frutto rimanga», cioè costruisca, edifichi il significato del mondo, cioè Lui, cioè la Chiesa, il Suo corpo: e, dal nostro punto di vista, dilati questa esperienza di vita che chiamiamo movimento.

4. Presenza
C’è una parola che indica il meccanismo con cui questo frutto viene portato e la dinamica con cui l’altro, l’estraneo è colpito e provocato come da un annuncio: la parola presenza.
«Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga».
Il frutto che deve
rimanere è che noi diventiamo una presenza. Ma questa parola per quanti di noi è vera?
Questo costituisce il movimento: che ognuno di noi diventi presenza. Presenza è esattamente ciò che il profeta Isaia diceva di Cristo: «Eccomi, manda me».
Due fattori spiegano la presenza.
1. Prima di tutto, la parola dovunque, cioè dentro tutte le modalità concrete con cui uno vive la società, dentro i condizionamenti della sua vita sociale, nel senso più stretto, familiare, e nel senso più lato, politico.
“Dovunque”
significa dentro le modalità concrete con cui tu vivi tutta la tua vita, dentro tutti i condizionamenti. Sappiamo che dopo un po’ la moglie diventa un condizionamento e il marito pure, il figlio desiderato diventa un condizionamento e la cosa su cui si spera diventa un condizionamento, perché è inevitabile questo decadimento verso il peggio, la forza d’inerzia delle cose. Dovunque significa particolarmente portare dentro il cuore di questo mondo, dentro il tempio della potenza umana, cioè dentro il lavoro, la sfida cristiana che è dura come la spada e insieme dolce: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Imparate da me che sono mite ed umile di cuore e troverete ristoro per le vostre anime».
Ho osservato anch’io per la prima volta quest’anno che, se è vero che bisogna guardare al segno dei tempi, il segno del nostro tempo è l’esaltazione del lavoro: la religione di oggi è il lavoro.
Ma questo segno dei tempi stranamente mi pare richiami un altro momento della storia, 1500 anni fa, l’epoca di san Benedetto. Anche allora il segno dei tempi era il lavoro, perché allora nessuno più lavorava. I disordini, le invasioni barbariche impedivano ogni stabilità e costruttività e Benedetto visse la sua fede mettendosi a lavorare, e lavorava pregando e pregava lavorando. «Ora et labora» è una frase latina che indica un concetto solo: quella preghiera che è vita e quella vita che è preghiera.
Allora il segno dei tempi era negativo, il lavoro distrutto; ora il segno dei tempi è positivo, il lavoro è l’idolo, nel lavoro è tutta la speranza dell’uomo. L’esito allora fu che la terra rinacque, mentre adesso sta distruggendosi. Proprio per questo oggi, come allora, occorre questa presenza dovunque, particolarmente nel tempio della potenza umana di oggi, il lavoro.
2. Il secondo fattore per definire la presenza è la consapevolezza di sé; dovunque e cosciente di quel che sono: sono la Sua presenza, appartengo alla Sua presenza.
Il premio per chi vive alla ricerca di queste cose è che la sua umanità diventa più vera e più piena, tant’è che se anche non ci fosse il Paradiso, uno non si rassegnerebbe mai a tornare a vivere al modo degli altri, perché è troppo meschino e illusorio. E uno si sente addosso questo carico di miseria, di meschinità e di impostura, ma sa anche che sta vincendolo. E non è un grido nella notte, è la certezza della Sua Presenza: «La fede è fondamento - cioè certezza - delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» (Eb 11,1).
Se si è consapevoli di sé, la domanda che dobbiamo porci non è: «Che cosa dobbiamo fare?», ma: «Che cosa sono, che cosa siamo?».
Il chiedersi cosa fare è una domanda precaria ed è una domanda che illude, perché quando uno ha fatto le cose che gli dicono di fare si sente a posto, esattamente come il fariseo, il dottore della Legge che chiede a Cristo: «Che cosa devo fare per entrare nella vita eterna?» e la risposta di Cristo è ben aperta, perché è l’esempio del buon samaritano: «Bisogna amare gli altri come se stessi», amore che non si può mai definire come una misura, non si può mai fermare, perché è un ideale infinito (cfr. Lc 10).
Ma soprattutto chiedersi che cosa fare logora. Anzi, tale domanda favorisce l’assenza, non la presenza. Così ci rintaniamo tra di noi, ci stringiamo tra di noi, uscendo qualche volta per lanciare qualche parola che chiamiamo annuncio, per gridare dei giudizi e per propinare volantini e poi ritirarci subito tra noi. Ma vi pare che sia dignitoso questo? Non è movimento questo, non è vita.
Non bisogna credere che per essere presenza occorra altro oltre la nostra fede e la nostra comunione, oltre cioè l’aspetto di cambiamento che la fede opera in me e la comunione con te che trovo nel mio ambiente (sia esso la famiglia, la parrocchia, l’università, la scuola o il lavoro). Tale fede e tale comunione ci faranno operare, con più attenzione, serietà e impeto.
Perciò adeguatamente la presenza è la comunione tra noi, una comunione di vita, non una unità organizzativa, cosicché per una presenza non è necessario saper fare, saper parlare. Non perché si sia pigri: un’anima, una vita umana tende ad avere una organizzazione, una struttura, ma come espressione di quella vita, non come catena o prigionia in cui la vita langue perché non è alimentata e neanche capita.
Dobbiamo ricordarci che il mondo è nemico di questa presenza, perché è il regno dell’idolo.
Il mondo è l’ambito umano in quanto è impostato secondo un giudizio di valore che non è la presenza di Cristo. Magari è Cristo, ma un Cristo che dà pretesto ad elucubrazioni intellettuali, che diventa oggetto di mere interpretazioni o spunto e contenuto enigmatico di riti.
Viceversa, il significato mio, del mondo e della società, ciò secondo cui deve essere impostata la mia vita, quella del mondo e della società è la presenza di Cristo il cui volto fisico tangibile è l’unità dei cristiani, la nostra comunione.
Il mondo, invece, identifica il ciò per cui vale la pena con qualsiasi altra cosa e ciò che ci costruisce sopra, teoricamente o praticamente, si chiama ideologia. Proprio perché non riconosce questa presenza, il mondo, anche senza volerlo, ci centrifuga, cerca di strapparci dalla certezza che abbiamo, dall’accorgerci della Presenza che è in noi e tra di noi, e ha buon gioco, perché l’apparenza non favorisce la fede, se non dopo che la si è accettata e che la si vive.
Di fronte a questa oscurità del mondo c’è il rischio che il nostro attaccamento al movimento rimanga volontaristico.
Certo, è con volontà che dobbiamo essere legati tra di noi, ma la volontà scatta dalla chiarezza del giudizio, dalla fede: l’attaccamento volontaristico al movimento, invece, è ottuso, anche se ci diamo da fare dal mattino alla sera, perché non è illuminato da una consapevolezza, cioè non ricerca i motivi della vita nuova, non sa rendere ragione della sua speranza.
Questo attaccamento fa scadere la nostra adesione al movimento in una militanza furiosamente attivistica di non troppo lunga stagione e soprattutto nell’intimismo.
La presenza costituisce quindi una resistenza al mondo, alla mentalità comune. Ma come avviene questa resistenza? Non necessariamente agitandosi o facendo chissà che cosa, ma portando dentro il mondo, cioè dentro l’ambiente, uno sguardo e un atteggiamento nuovi, un giudizio e un’affezione alle cose e alle persone, fino ad esplicitare il motivo della gioia in noi, la consapevolezza della nostra fede, l’annuncio, che non è nient’altro che il contenuto di ciò che ci interessa, espresso in parole.
Perciò la presenza è proprio una dimensione umana nuova dentro l’ambiente, dentro il mondo nella sua concretezza. Insisto sulla parola ambiente, che molti nel movimento non comprendono e non considerano. La maturità ha, infatti, come condizione oggettiva l’impatto con l’ambiente, altrimenti si potrà avere gente adulta per età, ma gravemente ottusa o come mutilata, come è stato per molti il modo di vivere il cristianesimo in questi ultimi tempi. Questa dimensione nuova ha una punta, un lievito di baldanza: «La giustizia è la fede», «Questa è la vittoria che vince il mondo, la fede» o, come diceva san Paolo: «Sovrabbondo di gioia nelle mie tribolazioni». Il sintomo più bello e grande è l’accendersi della persona di fronte al particolare, alla banalità dell’istante.
Allora non c’è più niente di futile.
Altro che dire: «Se avessi, se non avessi queste cose o queste persone»: saresti tale e quale, perché il problema è un altro. È vivere la fede in una Presenza.
Dobbiamo ricordarci che il movimento è la realtà, l’insieme di queste presenze, non è un lungo elenco di nominativi degli appartenenti alle varie comunità o di iniziative che queste fanno (così la vita si inaridisce); il movimento è l’insieme di queste capacità di presenza e l’unità ne è il risultato. Ma troppo spesso noi contattiamo la gente nei nostri ambienti, ma non la contagiamo, non facciamo passare una vita.
Che desiderio abbiamo di diventare questa presenza?
Certe discussioni su diversità nelle comunità (Cle, Clu, Cll, insediamenti) o sulla propria comunità stessa sono discorsi associativi.
La comunità - e l’unità del movimento - è una determinata condizione umana attaccata dall’esperienza della fede.

5. Sequela
C’è un solo mezzo perché si possa essere educati a questa presenza, per essere sostenuti nella fede fino al punto in cui essa finalmente ci fa diventare presenza e testimonianza, non agitati o agitatori in una associazione, ma presenza attraverso cui Cristo dimostra la sua e cambia la nostra, secondo una modalità di cui l’uomo è incapace (perché la struttura di tale presenza è l’unità riconosciuta tra di noi). Questo modo con cui possiamo imparare la presenza è la sequela. Non la impari tu, da solo, ma seguendo e imitando la comunità in cammino.
È stato così con Cristo, perché gli apostoli l’hanno imparato seguendolo; così la fede è arrivata fino a noi attraverso la tradizione, che è la sequela di alcuni che hanno seguito i primi e così via lungo i secoli.
La guida è colui che esprime lo scopo a cui il popolo tende e a cui deve essere educato. Il mezzo con cui la guida si fa sentire è uno solo: la sua vissuta tensione allo scopo. Solo se uno vive la tensione allo scopo a cui guida, a cui vuole guidare gli altri, è serietà seguirlo, altrimenti si può anche andare con l’uno e con l’altro, ma è puro personalismo. Non c’entra affatto la persona, c’entra l’esperienza di Dio che faccio seguendo la sua esperienza. La sequela non è sottoporre domande o chiedere permessi, ma è imparare a vivere assimilando una esperienza più matura, cioè i motivi e i modi di una sensibilità nel vivere.
Dunque l’obbedienza riguarda il cambiamento di sé, mentre noi obbediamo molto di più a una organizzazione; ma l’obbedienza all’organizzazione, se non nasce da questa imitazione che cambia il mio cuore, distrugge la creatività.
Perciò la sequela è un ascolto denso di vita (e noi non sappiamo ascoltare, sentiamo le parole come ripetizioni), immedesimazione con l’esperienza che la parola vuole esprimere.
La conseguenza della vera sequela è che la persona impara sempre più a far da sé, a giudicare, a essere affezionata, a condividere, ad annunciare da sé: non individualisticamente, perché se uno vive la coscienza della propria appartenenza a Cristo, diventa capace di portare la comunione in se stesso. Inoltre la vera sequela rende capaci di intervenire nella vita della comunità non per contestazioni, ma per suggerimenti, per osservazione critica, per inventività. Perciò innanzitutto chi guida una comunità o una diaconia deve interessarsi a questo richiamo e valorizzarlo.
Questa sequela fa capire che io non seguo delle persone o una comunità perché sono quelle persone o quella comunità, ma per l’esperienza di fede cui io desidero sempre più partecipare e immedesimarmi, e che nella sua modalità storica, attraverso incontri che ci hanno chiamati e sollecitati, chiamiamo movimento.
Il movimento è questa esperienza di fede, perciò il movimento è il luogo adeguato della sequela; certo, è attraverso la tale o le tali persone che l’educazione avviene, ma non sono esse il luogo educativo: esso sta nell’oggettività del movimento. Allora c’è un test molto semplice per capire se una persona merita la sequela: se veramente lui segue, se lui per primo vive la sequela al movimento.
Così come il movimento non diventa luogo educativo, se esso stesso non vive la sequela della Chiesa.
Ciò a cui tutti vogliamo mirare è la crescita della nostra persona e il Signore ce ne ha indicato il termine nel capitolo 15 di Giovanni: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena», poiché la gioia è il segno dell’umano vero.
Crescere nella fede vuol dire crescere nella possibilità della gioia, liberamente, dentro qualsiasi condizionamento, e crescere nella possibilità della gioia vuol dire realizzare la verità della nostra persona. Ricordiamoci che il Signore ha identificato il suo programma, lo scopo per cui si muoveva e faceva tutto con la parola “beati”, cioè gioiosi.
«Siate pieni di gioia, ve lo ripeto, siate pieni di gioia»: questo può essere un criterio per l’esame di coscienza tutte le sere.

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