Fra i molti e diversi casi di povertà da assistere, don Guanella amo orientarsi lungo due linee principali: «i più poveri e i più abbandonati, fra i figli poveri ed i vecchi poveri». Ma  «tra i figli e i vecchi poveri venivano in copia le creature scarse di mente che, ad esempio del Cottolengo, la casa chiamò buoni figli». Furono specialmente queste categorie che trovarono assistenza e ospitalità nella sua opera di Como, e, quando questa fu sufficientemente sistemata (verso il 1893, con la costruzione anche della chiesa), si passò verso località nuove, a raggio sempre più largo lungo l’Italia e all’estero: a Milano (1893), a Como-Lora (nel 1897), poi a Roveredo nella Svizzera italiana (1899), a Nuovo Olonio nel 1899 con l’avvio delle colonie agricole per i subnormali; a Fratta nel Polesine (1900), a Roma (dal 1903, varie opere), fino a Cosenza (1913) e negli Stati Uniti (1913). E attorno a queste istituzioni una pleiade di opere diverse, dagli asili per l’infanzia alle parrocchie, alle assistenze per gli emigrati, stazioni climatiche e case con laboratori tipografici, incannatoi e artigianati vari maschili e femminili. Si cominciava sempre dal piccolo, poi la Provvidenza conduceva anche assai lontano: scriveva don Guanella per Milano nel 1893: «Si avrebbe in animo di ristorare lo stomaco di tanti bambini innocenti con una scodella di minestra al mezzodì: sarebbe una grazia per i bambini, e un aiuto poderoso a tante madri operaie, che dovendo in giornata applicarsi al lavoro per vivere, trovano di dovere spesso abbandonare da mane a sera i cari del loro cuore». Poi si andava avanti e «da cosa nasceva cosa», come gli era ormai proverbiale ripetere.

E contemporaneamente la Provvidenza mandava i collaboratori adatti: due nuclei di religiose e di religiosi si andarono costituendo gradualmente, coinvolti dalla figura carismatica di don Guanella, dal desiderio di fare un po’ di bene, sostenuti dalla grazia di Dio. Già a Traona si era costituito un piccolo gruppo, composto da don Guanella, dal parroco di Traona, don Silvestri, e dal parroco di Sacco per organizzare il collegio e risolverne le difficoltà: «Di tanto in tanto si raccoglieva il consiglio dei tre, ma con poco frutto, perché, studiata la cosa per un lato, non si trovava uscita». Poi c’era un giovane chierico teologo, Carlo Cima e due altri giovani, Ferrua e Montebugnoli, a costituire il primo nucleo iniziale, che tuttavia andò disperso per la chiusura del collegio. A Pianello si trovo già disponibile il gruppetto di poche religiose raccolte da don Coppini: in particolare le due sorelle suor Chiara Bosatta, la minore, una santa concreta e mistica, morta poco dopo l’apertura della Casa di Como, nell’aprile 1887, e suor Marcellina, donna di governo e di coraggio, divenuta poi Superiora generale della congregazione delle Figlie di S. Maria della Provvidenza, confondatrice con don Guanella. II passaggio formale alle dipendenze di don Guanella può essere fatto risalire al 1885, quando si trattç di decidere della espansione dell’ospizio iniziale, passando a Ardenno e poi a Como. Don Guanella ne scrive al Vescovo il 19 marzo 1885 e annota: «Si vorrebbe che io ne assumessi l’adozione». L’anno successivo, col passaggio a Como, avvenne la distinzione formale tra il gruppo di quelle che rimasero autonome, in famiglia, e le altre che decisero di unirsi al nuovo padre nella nuova linea e sistemazione dell’opera. Alle prime quattro rimaste dal gruppo delle professe di don Coppini, si aggiunsero altre con don Guanella a Pianello; la distinzione divenne precisa con le prime professioni fatte nella nuova Casa di Como: «21 agosto 1886 nella Piccola Casa delle Serve Povere in Como – nota don Guanella, nel registro della Pia Unione – fu ammessa alla professione Calvi Ombellina da Pianello la quale da mesi e con buon proposito si è dedicata nell’ospizio». Nel giro di poco tempo le cose andarono precisandosi, finché un elenco del 25 marzo 1889 si conclude con la osservazione: «Tutte le suddette sono appartenenti all’Ospizio in Pianello ed alla Piccola Casa in Como».

Gradualmente si andò organizzando anche il nuovo gruppo maschile: due fratelli di Pianello possono considerarsi anche qui alla base iniziale: Alessandrino e Leonardo Mazzucchi; il primo, allievo promettente e piccolo santo, morì giovanissimo per disgrazia a Como nel 1890; il secondo fu sacerdote diocesano e nel 1906 entro nella casa di Como, preceduto di pochi mesi da don Aurelio Bacciarini: questi fu poi primo successore di don Guanella e poi Vescovo di Lugano; don Leonardo gli successe come superiore dal 1924 al 1946.

Accanto a queste vocazioni e persone straordinarie, altri, piccoli di fama, ma spesso non inferiori per virtù e sacrificio, si unirono in congregazione di Servi della Carità, sacerdoti e laici. Su un piccolo registro, prezioso anche se poverissimo di forma, don Guanella annota in data 24 marzo 1908: «In ossequio ai desideri della S. Congreg. del vescovi e regolari, in esaudimento di desiderio da pezza espresso e coltivato, i sottoscritti addivennero alla celebrazione dei voti semplici perpetui nell’Istituto dei Servi della Carità». Seguono le firme sua e di alcuni altri. Era certamente poco più di un rito formale, perché la donazione era stata già fatta piena e irrevocabile da anni; ma è in poche righe il riassunto burocratico di una lunga storia di preparazione e di attesa, di donazione di vite e di impegni nelle opere, nei sacrifici: un elenco di grandi cuori.

Nel 1912 don Leonardo Mazzucchi preparava un breve scritto per un albo commemorativo del venticinquesimo delle opere, che poi non venne forse mai pubblicato: «Dal 1886 al 1911: da Como a Roma. Venticinque anni sono, un povero prete montanaro, messo a reggere una piccola parrocchia del Lario, che molti osteggiavano, i benevoli compativano credendolo incapace a dar esecuzione ai suoi grandi ideali; qualche lira in tasca; alcune camere modeste in una via secondaria di Como. Null’altro? Molto altro: tutto; c’era la persuasione, la fede inconcussa in una vocazione data da Dio, c’era il graduale ma effettivo svolgersi dell’assistenza del Signore. Difatti, a distanza di venticinque anni, ecco una fioritura di case e di ricoveri in diverse parti d’Italia e dell’estero, una folla di bisognosi beneficati, una schiera di seguaci generosi e di buona volontà, pronti dietro a lui a consacrarsi ad estendere le conquiste della carità cristiana.

Cioè: anche adesso, dopo venticinque anni, c’e ancor nulla da parte nostra, siam nulla. Sono poveri ricoveri, veramente poveri, pieni di bisogni, recanti nel mare della beneficienza una sola gocciola insufficiente alla vasta pianura riarsa delle sofferenze umane; siamo umili preti, peccatori e sconosciuti, che abbiamo avuto la sorte avventurata e gratuita di trasmettere ai corpi e alle anime dei sofferenti e dei bisognosi quei soccorsi, che la numerosa accolta dei benefattori ci ha man mano affidato, con quella volonterosità che ci viene dal desiderio di far bene e di far del bene e dalla grazia di Dio. Ma gli è che il Signore, lui il vero Benefattore, dopo venticinque anni ci si è fatto vedere nel nostro passato e nel nostro futuro, lui solo gigantesco dominatore e padrone dell’opera nostra; nel nostro passato, dove ogni giorno di vita appare una prova luminosa dell’aiuto del Signore, il cui intervento prende maggior risalto dalla insufficienza degli uomini; nel nostro avvenire, giacché abbiamo il presentimento di potere in seguito colla virtù e col lavoro nostro strappare a Dio prodigi di assistenza e di benedizione in un espandersi sempre più fecondo e consolante».

A questi figli e figlie spirituali trasmetteva il suo spirito e la sua missione. Per lui era quasi giunta l’ora di smontare la tenda e riavvolgerla. Gli ultimi atti furono un impegnativo viaggio negli Sati Uniti, inverno 1912-13; un duro impegno di presenza stimolante nel gennaio 1915 fra i terremotati della Marsica, senza risparmiarsi un momento. Come aveva scritto: «Beate voi, suore, quando nelle corsie degli ospedali, nell’assistenza di esseri piagati e puzzolenti, offrite la vostra giovinezza in sacrificio a Dio, liete di confortare chi soffre con la dedizione completa di tutto il vostro essere!». Così lui consumo tutta la sua vita.

A fine settembre fu colpito da paralisi e in breve il suo corpo cedette totalmente. Chi tentava di mettere ordine fra le sue carte e i suoi impegni, consumò vari fogli di carta bollata per ottenere una firma necessaria per un mutuo avuto senza interessi dall’amico mons. Barge: una fatica estrema per la burocrazia fiscale e ne restano i pietosi saggi di tentativi. Lasciava debiti e poveri. Lasciava anche in contropartita e in missione il mondo intero: «Voi non avete più patria, perché tutto il mondo è patria vostra. La patria è la dove e Dio, e Dio è dappertutto».

II 24 ottobre 1915 egli tornava al suo Dio, ripetendo come all’inizio di Prosto: «Eccomi servo fedele».

Don Guanella era così entrato nel pieno della sua missione. L’impressione che diede a molti è così riassunta da p. Luigi Santini, il consultore incaricato di studiare I’opera in vista dell’approvazione della Santa Sede: «Dal tutto insieme si scorge che il sac. Guanella è un uomo di gran zelo e animato da un desiderio direi quasi sfrenato, di giovare al prossimo infelice e derelitto in tutti i modi. Nell’ardore della sua grande carità egli si getta a tutto ed abbraccia tutta l’immensa falange delle miserie umane, dovunque spargendo i benefici influssi della carità cristiana e moltiplicandosi, per così dire, i membri dei due Istituti (i quali sono tuttavia scarsi di numero) per il vantaggio spirituale e anche corporale di tutte le classi bisognose di soccorso. II sac. Luigi Guanella è meritevole di ogni elogio per il suo spirito e per lo zelo da lui spiegato nel promuovere tante opere a sollievo dell’umanità sofferente e diseredata; ma non credo che si possa parlare di approvazione» (1900). E spiegava un giornale, La Sera, alla sua morte: «I suoi ospizi funzionano senza burocrazia. Sono veramente asili. Non chiedono a chi entra che d’aver sofferto».

Egli ne era anche consapevole e tentava di mettere ordine: «Per tre volte [a Como] si costrussero locali ad uso rustico e di stalla e per tre volte riuscirono aggiunte di case necessarie pel ricovero di vecchi, di scemi, di cronici, di artigianelli orfani, di derelitti, di chierici studenti, di sacerdoti invalidi». Era il buon samaritano impegnato a fermarsi per raccogliere qualsiasi malcapitato che incontrasse lungo la strada e a curarsene, facendosene carico personalmente.

Si poneva allora il dilemma: ‘poco e bene’ oppure ‘tanto anche se abborracciato’? Era un dubbio anche logico, ma più da persona seduta al tavolo a pensare i metodi di assistenza; ma non alternativa seria per chi tutti i giorni si trovava davanti a forme vecchie e nuove di miserie, di indigenze e abbandono, di bisogno estremo.

Dovendosi pure spiegare, scrive nel 1900: «La Casa ha costume, finché le sue forze lo comportano, di provvedere immediatamente ai bisogni urgenti. Pur troppo è cosa che fa rabbrividire il ricordare anche solo taluno dei molteplici casi in cui l’infanzia, esposta a sevizie d’anima o di corpo, reclama non solo dalla carità cristiana, ma dallo spirito di semplice umanità, di esser tolta senza indugio dal suo abbrutimento, forse dalla sua casa, per esser salvata, ricoverata e nutrita. Si dà vitto, alloggio, educazione ed istruzione proporzionata alla condizione dei ricoverati. D’altronde la Casa nostra intende allargare quanto più può le braccia per accogliere un maggior numero di poveri». così per gli anziani, gli ammalati, gli handicappati.

 E allora si discuteva, mentre lui operava, sulla sua ‘arca di Noè’, il disordine, l’irrazionalità; naturalmente alla fase convulsa delle origini, seguiva poi la fase dell’assestamento; ma poiché la fame e la miseria non danno tregua, egli inclinò sempre per il tanto, anche se un po’ alla buona.

Nel suo interno lo sorreggeva una grazia forte e stimolante al di là di ogni difficoltà o costo. Aveva scritto al suo Vescovo: «Sento che la vita prosastica presente poco mi soddisfa in atto, che meno mi contenterebbe in morte. Sento in me uno spirito d’azione che io ben non so delineare, ma che mi assicura di buon esito anche in mezzo ai maggiori sconvolgimenti dei tempi, quando io a mezzo del superiore senta d’esser guidato da Dio. Con la guida dell’Alto mi pare di aver molta forza; senza questa, io non mi sento di muover passo. Parmi confidare più che tutto nella Provvidenza del Signore». Appoggiato a questa forza interiore, che riteneva grazia di Dio, come sperava che anche il Vescovo potesse verificare, si mise tutto a disposizione dell’uomo più abbandonato. II progresso, come lo vedeva lui, più che creare macchine o solo benessere materiale, doveva migliorare le persone, senza lasciar indietro nessuno. Lo aveva intuito nella sua fantasia infantile; da adulto si rese conto di dover fare qualcosa, il più possibile, per garantire una dignità di vita, di casa, di trattamento, di amicizia per aiutare i ritardati sulla strada del progresso umano a rientrare nella società con sufficiente preparazione e dignità personale: e questo per tutti, anche per coloro che spesso erano dati come irrimediabilmente perduti.

Lo sosteneva una forza di carattere già messa in rilievo: «Timidezze e vie oblique non le conobbi mai!». «Dolce senza deboli accondiscendenze, forte senza bruschezze e indefesso nel lavoro». Anche autoritario, ma dipendente fino al sacrificio; scriveva in un momento di massima crisi: «Non mi trovo pentito di aver obbedito al Vescovo e intendo obbedirgli fino alla fine». Era deciso, volitivo, pratico, ma anche paziente. Aveva pluralità di interessi: l’arte, la natura, le scienze e le tecniche, ma soprattutto per lui contava l’uomo: i rapporti interpersonali, l’amicizia, la dedizione, il servizio. Se personalmente era austero e rigido, ardente e fatto per rompere gli indugi e dissipare le difficoltà, sapeva esser paziente e benevolo, accondiscendente verso chi capiva avere un’andatura più lenta della sua; non solitario, ma reso convinto dalle sue origini montanare del bene della solidarietà; era amico cordiale e lieto, anche allegro, aperto a ogni persona e persuaso che anche l’uomo più grezzo o difficile nasconda tesori preziosi e bellezze da valorizzare.

I tentativi fatti di inquadrarlo in una mentalità socialmente vetero-agraria e conservatrice, antindustriale e di catalogarlo politicamente fra i cattolici intransigenti non hanno trovato fondamento solido: non era né antiunitario, né rifiutava il paese legale; non era isolato, né ai margini della vita politica e civile, paternalista e conservatore. Se chiedeva giornali, scuole, istituzioni sociali cattoliche era solo perché trovava troppo spesso nelle autorità della sua regione un rozzo anticristianesimo, più ancora che dell’anticlericalismo.

Fu in realtà un pastore, specialmente dei poveri, dipendente dai suoi superiori e questo fu anche il suo cruccio profondo: concordare la grazia e il carisma interiore con l’obbedienza e la coerenza agli impegni assunti; la fede con la ragione e la prudenza. Per alcuni era santo, per altri un matto. Intensamente immerso nel suo presente e profeticamente avanti verso il futuro.

La sua scoperta interiore fu la salda convinzione della paternità di Dio; il grande principio della teologia cristiana fu per lui una rivelazione personale e un’esperienza di vita: un Padre buono che ama e che vuole salvare ogni uomo da ogni miseria morale, fisica e materiale. Anzi all’uomo è concesso di partecipare a questa paternità come trasmissione di amore, di vita, di salvezza: padre e fratello di tutti, come Gesù Cristo, immagine del Padre fra noi e primo dei fratelli.

Assunse quindi come sua insegna una croce col cuore e il motto agostiniano: In omnibus caritas: l’amore come donazione di vita. La sua vita ha quindi uno stile proprio: egli si sa collegare a Dio come padre, con una intensa motivazione di fede contemplativa; si intende con Dio colloquiando in lunghe udienze e ore di preghiera, o inviando un sorriso frequente di breve invocazione e tutta la vita è un fiducioso abbandono alla provvidenza del Padre: «Ama e sii beato!».

Ma poi è urgente rivolgersi subito ai fratelli, muovendosi con la stessa vivacità di amore. La pietà verso Dio non dev’essere un mantello per contrabbandare inerzia o egoismo; occorre diffondere questo amore del Padre, ricostruire con l’uomo una famiglia cordiale, dove a nessuno incolga male di sorta e ognuno, nel cammino della vita, approdi a meta felice. Ma, avverte, senza illusioni: occorre saper gustare la bellezza della donazione, del sacrificio che genera vita; con un realismo concreto afferma la legge del patire; ogni opera, ogni Casa nasce tra le difficoltà e i contrasti: «fame, fumo, freddo, fastidi». Nella pratica questo diventava, per i suoi preti e le sue suore, un impegno a darsi direttamente e personalmente, lavorando di mano propria, con cordialità e semplicità; soprattutto in grande povertà. Egli l’aveva prima vissuta personalmente, comprendendo come questa debba esser realmente condivisa col povero, per percorrere assieme un cammino di progresso. In questa famiglia i fratelli, i poveri, entrano con la speranza di ricostruirsi una vita, ma senza falsi salti in avanti o cambi gratuiti di condizioni o di stato; sono poveri a cui è offerta la possibilità di mezzi adatti per recuperare i ritardi sociali, economici, culturali e anche psichici; entrano come in un’azienda fondata sul lavoro personale e sulla solidarietà di molti amici; apprendono come si costruisce una vita e ci si provano, se sono giovani. Se sono anziani, ritrovano la gioia di stare fra amici che sanno preoccuparsi ancora di loro, di sentirsi ancora al centro di interessi personali e di affetti, di dimenticare un poco l’amarezza verso una società che tentava di scaricarli come naufraghi, di riprovare forse ancora la sensazione di essere utili a qualche cosa e di morire con una speranza.

A Pianello Lario era sorto, attorno al parroco don Coppini, un movimento simile a molti altri di quel tempo; e una storia che don Guanella poteva forse aver conosciuto presso don Bosco, riguardante l’origine delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Come a Mornese nel Monferrato, a Pianello il parroco, seguendo un movimento diffuso dal Frassinetti a Genova, aveva formato una Pia Unione delle Figlie di Maria SS. Immacolata sotto la protezione di S. Orsola e la guida di S. Angela Merici; col tempo alcune giovani rimasero presso la propria famiglia, altre emisero i voti religiosi e si costituirono in piccola congregazione locale, approvata dal Vicario capitolare di Como. Don Coppini morì il 1 luglio 1881. Don Guanella arrivò in novembre e, superate le prime difficoltà di giurisdizione su quel gruppetto di pie donne, ne divenne prima il direttore spirituale, poi il superiore, infine il vero e proprio fondatore, dando una svolta nuova: rimasero presso le famiglie le Figlie di Maria, nell’uso e nel senso abituale; le altre si strinsero in congregazione con vita comune, cercando anche una nuova sede. Don Guanella pensò subito a lasciare la povera e angusta casa iniziale in frazione Camlago e acquistò, anticipando del suo una somma avuta in eredita da un cugino di America, un terreno presso il lago e la casa parrocchiale, mettendoci anche una somma a fondo perso, quando ancora nessun legame era state stabilito con la Pia Unione (1883).

 Nemmeno a Pianello il Guanella accettò il titolo di parroco, ma si mantenne più libero come economo spirituale, pur dedicandosi pienamente alla cura pastorale: si estraniò quanto possibile dalle questioni politiche, scrisse libri di tipo esclusivamente pastorale (predicazioni, catechismi, storie di santi e della Chiesa); dedicò ogni attenzione a sollevare la povertà e le disgrazie assai frequenti fra il suo popolo.

Sotto la sua direzione le suore continuarono a sviluppare I’opera nella vecchia sede ormai colma di bambine e di qualche persona anziana; anche qui qualcuno tentò di far correre malumore, chiacchiere, accuse; ma questa volta furono provvidenziali, perché lo resero noto a Como e, quando vi fu convocato dal procuratore per spiegarsi, chiarì la sua posizione, si rivolse al Prefetto Carlo Guala e le porte di Como si spalancarono a riceverlo senza difficoltà. Invece di sistemarsi a Pianello, presso il lago, l’opera ebbe l’occasione felice di passare di colpo il lago e stabilirsi in città, dove avrebbe servito meglio a più grandi bisogni e dove poteva anche esser meglio capita e aiutata: promise al Prefetto che si sarebbe tra l’altro interessato di formare e assistere delle buone giovani per il servizio presso le famiglie, come si sentiva davvero bisogno; poi avrebbe pensato soprattutto ai suoi poveri, bambini, anziani e handicappati.

A Como arrivò il mattino del 6 aprile 1886: alcune bambine con delle suore; poco dopo arrivò anche suor Chiara Bosatta che rappresentò i Superiori per alcuni mesi, finché la salute glielo consentì, dando una profonda impronta di lavoro e di sacrificio, di preghiera e di santità.

II più antico registro della nuova Casa, iniziato da don Guanella più sotto forma di appunti che di rigorosa amministrazione, pochi mesi dopo l’apertura, dà in concreto lo scopo, la mentalità e i mezzi di conduzione. II fabbricato, inizialmente piccolo, fu quasi triplicato nel giro di due o tre anni e organizzato in varie divisioni o famiglie: le famiglie dell’Immacolata, per le suore, di S. Angela per le postulanti, di S. Zita per le giovani domestiche; poi le famiglie delle bambine, delle «buone figlie» o fatue, degli ammalati, delle anziane e così via: ognuna dedicata a un santo patrono e comprendente poche persone; una madre con due figli, affidati dal Comune di Como, formava una famiglia a sé.

Poi vi è annotato il «Tesoro di Provvidenza»: elenco di persone e famiglie che ritiravano dei «bossoli» o scatolette di cartone, vi versavano qualche moneta ogni tanto e poi, piene, le offrivano alla piccola Casa della Divina Provvidenza; un elenco di offerte per celebrazioni di messe, qualche conto iniziale di una tipografia rilevata da un fallimento a Menaggio, qualche modesta retta versata da famiglie o enti, più spesso a livello di promessa o di buona volontà: «Cressesi Maria di Gio. e di Annunciata Mellesi d’anni 35 entra oggi 16.7.’90, versando mensili 10 (lire) e poi secondo le circostanze» annota don Guanella. Spesso non è segnato né un versamento iniziale, né un impegno di retta. Può essere espressivo il fatto che sul registro in copertina appare in grande «Dio mi vede», con la speranza ferma che anche provvederà: chi può da un contributo economico, chi è in grado fa qualche lavoro (incannatoio, tipografia, varie forme di scuole di artigianato).

Tutto questo presuppone un orientamento o uno stile che andrà chiarendosi gradualmente: l’assistenza è offerta in ogni caso di bisogno più urgente o immediato, specialmente a favore di abbandonati, bambini, handicappati mentali, anziani senza soccorso o appoggio valido di famiglie o enti; viene offerta una casa che vuol essere soprattutto una famiglia, numericamente limitata o ben suddivisa; se la richiesta preme si dispone uno sviluppo edilizio.

Ogni gruppo fa capo a un responsabile (religiosa o religioso) che ne assume piena responsabilità e diviene, col cuore e con la presenza costante e totale, la persona di riferimento continuo, come una madre o un padre, ma senza paternalismi.

Perché il metodo preventivo di don Guanella prevede e si fonda su una ragionevole libertà, liberale, non permissivista; anche il castigo non deve trovar posto o deve essere più morale e proporzionato, mai vendicativo: perché poi punire delle mancanze disciplinari o materiali che neppur davanti a Dio sono peccato? E, come in ogni famiglia, ognuno ha la sua parte di cooperazione e di corresponsabilità: dai piccoli lavori di casa alla formazione e alla scelta delle linee educative che, se l’individuo non sa esprimere, l’educatore deve invece saper intuire con abilità e distacco dai propri giudizi impositivi. La norma è quindi il dialogo vero anche con chi non sa parlare.

Fondamentale in queste situazioni di maggior debolezza economica, psicologica, fisica, è la presenza confortante della fede e di Dio, l’unico e vero Padre di casa, che, solo, può dare fondamento a una speranza per tutti, anche per i più abbandonati, perché «operando per amor di Dio il tutto e vivendo da buoni cristiani si può facilmente sperare nella prosperità e fortuna spirituale e, se Dio vorrà, anche temporale», come insegnava la vecchia tradizione cristiana di casa Guanella. Non per un gratuito miracolo, ma perché onesta, serietà, cultura e scuola, preparazione al lavoro, specialmente attraverso le scuole artigianali e le colonie agricole, costituiscono, in questo contesto di ricche relazioni interpersonali, la base e la dote su cui ognuno si prepara a costruirsi la propria vita, nei limiti delle proprie capacità, ma anche nella grande sicurezza di una saldo appoggio a un Padre provvido.

All’interno lavorano i religiosi e gli assistiti anche con l’aiuto, a ore, a tempo, a vita, di generosi volontari; le due congregazioni che andranno formandosi sostengono questa complessa rete di servizi sociali e si tengono in rapporto con i tanti amici, piccoli o grandi, che collaborano dall’esterno; la famiglia, se esiste, fa tutto quello che può; gli enti pubblici, più freddi e burocratici, devono pur collaborare. Per tutti v’è la mano provvida e il gran cuore di un Padre celeste che non dimentica i suoi figli più sfortunati. Davanti a queste porte delle case della Provvidenza arriva a bussare un mondo di miseria, turbe di poveri e don Guanella riparte verso i confini del bisogno, senza limiti nel suo cuore e nella sua fede.

A Como, l’affitto iniziale si trasforma in proprietà e la casetta iniziale diviene un ampio edificio; poi si allarga ai paesi circostanti, quindi a Milano, alla bassa Lombardia, alla Svizzera italiana, al Veneto, a Roma.

S. Maria di Como-Lora diviene il nuovo centro delle opere femminili; a Como resta il cuore delle opere maschili.

Tornò da Torino con l’entusiasmo ravvivato dall’esperienza salesiana fra i giovani, ma anche col cuore segnato profondamente dalla visione e dal contatto con la Piccola Casa del Cottolengo e col p. Anglesio. Al momento prevalse il desiderio di avviare un’istituzione per giovani e ragazzi di tipo salesiano. II Vescovo l’accolse indicandogli come campo di ministero la parrocchia di Traona (1.200 anime, nella bassa Valtellina) in aiuto al parroco vecchio e ammalato, di carattere anche piuttosto difficile e non rassegnato a cedere lavoro; il ministero non era molto; c’era pero un vecchio convento abbandonato o altre case adatte: «vedesse e provasse» diceva il Vescovo senza molta convinzione.

Si aprivano anni di speranze: invece furono gli anni più penosi della sua vita. Tra l’ottobre 1878 e il novembre 1881: pochi anni difficili a Traona, poi i tristi mesi del 1881, affidato alla bontà accogliente di amici per un quaresimale a Morbegno, la predicazione dei mesi di maggio e giugno a Milano, un altro mese o poco più a Gravedona, infine relegato fra monti e parrocchie alpine a Olmo (a 1.050 metri di altezza, con 370 anime) nell’autunno; da ultimo, ma non finalmente, a Pianello Lario sul lago di Como verso il 10 novembre 1881.

I contrasti a Traona cominciarono un po’ col parroco, per l’esuberante sua attività e l’entusiasmo della popolazione in favor suo, e un po’ con un gruppetto di anticlericali del luogo che si agitarono quando videro aprirsi il piccolo collegio nel convento di S. Francesco, che sembrò partir bene, era gradito e utile. Ma si ricorse alle vecchie chiacchiere di Savogno: esaltato, scialacquatore, antipatriota, sospetto anche alla curia per la sua severità; si fece correr voce che gli avrebbero perfino sospeso la facoltà di confessare e che fosse in discordia con i confratelli che invece si dimostravano pronti a ogni aiuto. A Como, la Curia era divisa fra la stima per il sacerdote e il timore di scontri con l’autorità civile: c’erano già troppe occasioni di scontri e contrasti. Gli sembrò di esser abbandonato quando, ritirandosi il parroco, la Curia gli impose la rinuncia al titolo di economo spirituale; allora si impegnò apertamente perché il popolo optasse per l’amico e compagno don Nicola Silvestri: si vide ancora il prete intrigante e politicante e qualcuno sporse denuncia, «col rischio di una cattura, sorveglianza ridicola in casa e in chiesa e dappertutto...».

Ma l’opera continuava. II giornale diocesano, «L’Ordine», ne scriveva con elogi: gli alunni erano stimati e apprezzati per la loro preparazione e partecipazione; mentre il Guanella «attendeva a Dio e al popolo con impegno e prudenza. Dolce senza deboli accondiscendenze, forte senza bruschezze e indefesso nel lavoro come fu riconosciuto da tutti». Trovava il tempo di scrivere qualche libretto: un commento al Padre nostro e alle beatitudini (Andiamo al Padre e Andiamo al monte della felicità). II tema del Padre nostro gli diventerà sempre più caro e scriverà quattro commenti, nei suoi catechismi per il popolo.

Nel febbraio 1881 il collegio fu fatto chiudere, col pretesto di mancato rinnovo di autorizzazione; la vita gli fu resa più difficile, privandolo del già misero stipendio. Alcuni fatti danno la misura della tensione che era andata crescendo attorno a lui.

Nella pratica per il permesso governativo di economo spirituale, i carabinieri furono sollecitati a raccogliere notizie sul suo conto ed emersero i ricordi delle sue idee politiche: si diceva che dal pulpito parlasse male del risorgimento del ‘48 e delle autorità; «ma non ho potuto trovare – dice la relazione – persona alcuna che si risolvesse di confermare in iscritto quanto ebbero a udire; aveva messo insieme forze potenti per acquistare e avviare il collegio, mentre il suo interesse era di clericalizzare gli alunni, visto che la retta richiesta era così esigua», comunque, concludeva: «Disporrò in seguito sempre o sovente che una pattuglia si rechi a udire le sue prediche per avvalorare il suesposto e quindi riferire ogni emergenza sul riguardo. Sarà mia cura di assistere il più che possibile io stesso a tali prediche» (4 agosto 1880). Così, ancora per il quaresimale di Morbegno nel 1881 ebbe l’onore delle armi. II placet gli fu negato, negato lo stipendio, spinto a lasciare Traona. A Como, in Curia, si convenne di trarlo un poco in disparte; gli diceva il Vicario generale: «Non sapete che la prima virtù è la calma?». II Vescovo lo inviò allora a Olmo, quasi fuori del mondo; poi lo vide in occasione di una visita per cresime a Campodolcino il 13 settembre 1881: «Non posso sospendervi perché non ho argomento, ma lo farei se potessi». Don Guanella annota di suo pugno: «I1 don Guanella vistosi ricevuto in udienza per ultimo e sentirsi rimproverare in paese suo quasi in casa sua mentre era accorso per ossequiare il Superiore, si sentì amareggiato, e ne parlò con il fratello Tommaso con rincrescimento e tutto e tosto finì li». Affiorava il sentimento dello scoraggiamento e della solitudine, ma studiava, meditava e pregava.

Poi il Vescovo decise di chiamarlo in provincia di Como a Pianello Lario ove era stata fondata da poco un’opera per bambine orfane e per anziane, affidate a un gruppo di suore, messe assieme dal defunto parroco don Carlo Coppini. Ma, quando don Guanella vi arrivò come parroco, trovò chiusa la porta dell’istituzione: era già stata affidata al parroco del paese vicino; del Guanella meglio non parlarne. Confusione di giurisdizioni parrocchiali, o timore, o beffa? Don Guanella pensò che era ormai ora di pensare ai fatti suoi: don Bosco, i salesiani l’aspettavano pur sempre; restava l’ostacolo del Vescovo che non voleva saperne. Così maturo l’idea d’un ricorso a Roma, alla Congregazione dei Vescovi; vi esponeva il suo caso e concludeva: «In questo stato di cose io prego Dio che mi tenga lontano ogni pensiero il quale sia meno che rispettoso al mio superiore. Ma mi sento in cuore di dire che forse fin qui l’Ordinario usò troppo del mio abituale ossequio. E di questo non è che mi dolga per me. Mi duole per non poter seguire quella vocazione che non cessa di farsi sentire continua nel mio cuore». Chiedeva quindi il permesso di tornare da don Bosco. Aveva ancora il dubbio di aver lasciato don Bosco «trascurando una grazia grande, nell’aver posposto il consiglio di don Bosco al giudizio proprio». Era il dubbio sulla scelta della via che pure gli sembrava fondata nel profondo del suo cuore: la missione, il carisma, la grazia di Dio insomma a cui doveva dare la sua risposta (21 luglio 1882).

Prudentemente inviò copia ad amici: a don Cagliero e al suo prevosto, l’arciprete di Dongo, don Dell’Oro che già si stava muovendo presso il Vescovo. E il ricorso si fermò. Scrisse l’arciprete a mons. Carsana: don Guanella pensa di tornare presso don Bosco, da dove era partito a malincuore. «Io trovo nel Guanella un uomo di cuore, di gran coraggio e zelo, un uomo di iniziativa. I popolani di Pianello l’hanno come un santo e sono in gran trepidanza perché temono li abbia ad abbandonare». Gli raccomandava quindi di affidare l’opera del Coppini al nuovo parroco che avrebbe certamente accettato di fermarsi a Pianello. «Troverà questa lettera – concludeva – in casa d’un amico e confidente del Guanella, dove spero troverà sul suo conto informazioni meno sfavorevoli di quelle che si danno da altri, che lo vogliono spensierato, fanatico, pazzo, pericoloso per sé e suoi superiori, utopista, scialacquatore e peggio. Male lingue... esagerazioni per non dire calunnie. Con tutto il rispetto».

Finiva cosi, a 40 anni, la fase della ricerca e della preparazione: il Vescovo gli apriva le porte del piccolo ospizio. Cominciava l’ora della Provvidenza, ma anche della fame, fumo, freddo, fastidi, propri delle opere di Dio, fondate sulla sofferenza e sui sacrifici.

Anni prima, don Guanella aveva sollecitato don Bosco a venire ad aprire una sua casa in diocesi di Como; adesso, autorizzato a malincuore dal suo vescovo mons. Carsana, andava lui da don Bosco per imparare.

Arrivò alla fine di gennaio del 1875, accolto dal saluto di don Bosco: «Andiamo in America?». II primo ricordo di don Guanella salesiano fu l’assistere al «bel colpo di scena» (come lo chiama don E. Ceria, nei suoi Annali) dell’annuncio a sorpresa dell’avvio delle missioni all’estero in Argentina, dato la sera del 29 gennaio a tutta la Casa raccolta. Don Guanella visse il suo periodo di noviziato; nel settembre 1875 emise i voti salesiani per un triennio: si impegnava a restare fino a quell’anno; nel frattempo avrebbe cercato qualche vocazione per il suo vescovo e tentato di convincere don Bosco a venire in diocesi di Como.

Furono anni importanti anche per la vita e la congregazione salesiana: erano state appena approvate le Costituzioni e in quei primi mesi del 1875 si distribuivano fra i confratelli; l’avvio delle missioni estere; l’assestamento dell’opera dei cooperatori e della Congregazione femminile delle Figlie di Maria Ausiliatrice (prime professioni perpetue nel 1875, approvazione diocesana il 23 gennaio 1876); inizio del «Bollettino Salesiano» nel 1877, dopo una breve esperienza preparatoria; l’opera di Maria Ausiliatrice per le vocazioni adulte (1875); il primo Capitolo generale nel settembre 1877.

In tutto questo fervore di opere si trovò a suo agio, tutto attento a vedere, osservare, imparare, scrivendo nel profondo del cuore. Vari confratelli gli diventarono carissimi amici, come il Cagliero e il Barberis. Con essi si discutevano i problemi della congregazione. «La bontà di don Bosco degnava di associarsi don Guanella in qualche visita delle sue case ed esprimeva qualche suo progetto». Don Guanella sentiva, rifletteva, esponeva le sue opinioni. «Trovandomi con don Bosco mi pareva imparadisato. Col divino aiuto e mercé le preghiere di don Bosco io mi corressi di difetti che forse in caso contrario avrei portato alla tomba. Specialmente mi pare di aver guadagnato nello spirito di mortificazione, attenendomi alla regola meglio che per me si potesse». II clima migliore e una vita più regolare recarono anche beneficio alla sua salute. Soprattutto «aveva poi l’esempio di tante virtù e la direzione di coscienza di don Bosco che faceva sì gran bene a tutti. II cuore di don Bosco era calamita che traeva, e la sua parola parca e misurata spandeva bagliori di luce nella mente. Sia eterna la gratitudine a don Bosco e alle Case sue».

Don Bosco voleva unirlo a don Cagliero per qualche missione in America; ma don Luigi pensava da parte sua: «Reputo grandissima fortuna essere venuto con don Bosco, ma il mio cuore sentirebbe un vuoto per tutta la vita perché, non parrà vero, ma continua in me il pensiero di fabbricare qualche ciabotto (come là chiamavano le fondazioni) in patria mia».

Nel frattempo tuttavia si impegnò totalmente, senza altre riserve. Aveva portato, quasi come dote, alcune vocazioni per la congregazione femminile e nell’aprile 1875 entrarono nel noviziato di Mornese quattro giovani di Savogno.

Mosse con entusiasmo e zelo, qualche volta ancora un po’ duro, i primi passi di esperienza nell’oratorio. «I1 neo arrivato poco a poco si immetteva negli uffici di casa e in qualche predicazione di Maria Ausiliatrice e nei catechismi ai giovani esterni per lo più operai che frequentavano l’Oratorio di S. Francesco di Sales».

Poi fu direttore dell’oratorio festivo di S. Luigi al di là di Porta Nuova; «si dispensavano i ss. sacramenti e predicazioni e catechismi; una volta all’anno si facevano passeggiate per una giornata intera e per una volta al mese si faceva l’incanto di giocattoli ed abiti nei quali gli allievi facevano a gara nel vendere le cartelle avute in premio di frequenza e di profitto all’oratorio». Lungo la settimana: predicazioni e tridui. Nell’ottobre 1876 si dovevano aprire Casa e scuole a Trinità di Mondovì e vi fu assegnato direttore il Guanella. L’anno successivo, in qualità di direttore di questa opera, partecipò al Capitolo generale.

Avviata l’opera di Maria Ausiliatrice per le vocazioni adulte, don Bosco costituì don Guanella primo direttore, con qualche difficoltà «perche l’opera tardava a penetrare nella mente e nel cuore anche dei primi discepoli dello stesso don Bosco». E tanti progetti affollavano il cuore di don Guanella.

Intanto veniva a scadere il triennio: il Vescovo pressava al ritorno e don Guanella si sentiva di dover ubbidire, decidendo di partire nel settembre 1878. «Confidava poi il Guanella di non aver patito tanto alla morte del padre e della madre che a così dire gli morirono tra le braccia, quanto a lasciare don Bosco, che gli cagionò così vivo strappo al cuore» (lettera a don G. B. Lemoyne del 1891).

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